L’AMORE COME ANNULLAMENTO DI SÉ: Sándor Márai, Stefan Zweig e Madeleine Bourdouxhe

«AMARE EROICAMENTE»
«Non basta amare qualcuno. Bisogna amare con coraggio. Bisogna amare in modo tale che nulla, né ladri né influenze esterne né leggi umane o divine, possa interferire con questo sentimento. Noi due non ci siamo amati con coraggio. Ecco qual è stato il guaio. Ed è colpa tua, perché il coraggio degli uomini in materia di amore è una cosa ridicola. L’amore è compito vostro. Voialtre siete grandi soltanto in questo. […] Non è vero che gli uomini sono responsabili dei loro amori. Siete voi a dover amare eroicamente».
Tale è la rivendicazione di Lajos nei confronti di Eszter, in L’eredità di Eszter di Sandor Márai (1939).
Ma chi è Lajos? E chi è Eszter? E qual è l’eredità in ballo?
Personaggio maschile egregiamente profilato, Lajos è un uomo che sembra non conoscere limiti e che si «compenetr[a] profondamente» di pathos; un «genio della menzogna» che «non gioca con le carte, ma con le passioni e gli esseri umani»; un individuo capace di corrompere tutto ciò che tocca, dotato di una «forza fascinatrice» simile ai «sortilegi maligni praticati nei baracconi delle fiere».
Lajos è l’unico uomo che Eszter abbia mai amato. Anche lui aveva professato in passato di amarla, finendo poi per sposarne la sorella, ormai defunta. La vita di Eszter è trascorsa dunque «in questa maniera ipocrita e squallida», «rimasta sola come una zitella che non ha sperperato i suoi sentimenti».
A distanza di anni Lajos ricompare, dichiarando di essere tornato per «mettere a posto ogni cosa». Pur non potendo esigere nulla in termini legali, è in realtà venuto a prendersi la casa, il solo oggetto di valore che non abbia ancora sottratto alla famiglia di Eszter, rivendicando l’esistenza di una «legge del mondo», di «una specie di regola invisibile» per cui «ciò che è iniziato una volta debba essere condotto a termine».
É In virtù di questo che chiede a Eszter di mantenersi «fedele all’imperativo che forma il significato e il contenuto della sua vita», ovvero il «vincolo fatale» che la lega a lui. Del resto, «tra due persone non c’è nulla che si possa concludere arbitrariamente o interrompere prima del tempo».
«IRRICONOSCIUTA, DA TE ANCORA E SEMPRE IRRICONOSCIUTA»
Un personaggio che mi pare perfettamente incarnare la concezione “lajosiana” dell’«amare eroicamente» è l’anonima narratrice di Lettera di una sconosciuta di Stefan Zweig (1922).
Esile soltanto quanto a numero di pagine, Lettera di una sconosciuta è la fervorosa e vibrante confessione a posteriori di un amore sempre taciuto, totalizzante, idealizzato, che nulla riesce a scalfire e che anela a perdurare anche al di là della morte, quasi fosse vera l’affermazione di Márai che «gli amori infelici non finiscono mai».
È la professione di un sentimento implacabile e volutamente non placato, di una venerazione che sfocia quasi in ossessione; di un mondo e di un’esistenza che hanno come inizio, fine e confini un’altra persona.
Nel giorno del proprio compleanno, uno scrittore riceve, infatti, una lettera-testamento in cui un’anonima gli rivela di averlo sempre amato con l’«abnegazione di una schiava, di un cane» e di aver trascorso la propria vita nell’ombra, nel silenzio, nella perenne attesa di essere da lui ricambiata, senza riuscire a essere per lui null’altro che «una delle tante, un’avventura in una catena che si allungava interminabile». E senza neanche mai riuscire a farsi da lui riconoscere.
Nella speranza che lo scrittore possa, anche solo per un’ora, ricercarla, e pur avendo da mantenere un figlio concepito dai casuali incontri, l’anonima rifiuta profferte di matrimonio altrui, proprio come Eszter, che «di nascosto aspettav[a] ancora Lajos, aspettav[a] una notizia, un messaggio, forse un miracolo».
Quanto al figlio, la sconosciuta di Zweig vi ravvede una «replica» dello scrittore che «[le è] stata data per sempre», grazie alla quale ha la sensazione di avere finalmente «catturato» colui che chiama «amore mio», di averlo fatto, in qualche modo, proprio.
Come unica traccia di un’esistenza spesa interamente in questo “eroico” amare, la donna lascia una lettera vergata in punto di morte, per poter alfine esistere nella coscienza dello scrittore.
Per chi fosse interessato ad approfondire quest’intensa opera di Zweig, ne ho scritto più estesamente in Lettere dalla grafia femminile: Zweig e Werfel.
«NON [POTER] VIVERE SENZA QUELL’AMORE NEANCHE UN SOLO GIORNO»
Un altro personaggio femminile per cui i figli sono «la prosecuzione vivente di un amore, e valgono solo in quanto irradiazione della luce di quell’amore» è Élisa, protagonista di La donna di Gilles di Madeleine Bourdouxhe (1937).
L’amore di Élisa è il marito Gilles. Élisa ama Gilles appassionatamente, «come se foss[e] nata per questo». Quando Gilles torna a casa dal lavoro «un’emozione immensa [la] paralizz[a]», «quando lui non c’è, dorme male» e «non concepisce per sé altra gioia che quella di averne procurata a Gilles». Gilles è il «solo uomo che esist[a] per lei».
«Sola di fronte al più grande dolore della sua vita» – ovvero la scoperta che Gilles la tradisce con la sorella Victorine – Élisa si impone di soffrire senza mostrarlo e senza ribellarsi, fiduciosa che «finché il dramma resta segreto, le sarà possibile ricostruire tutto» e che la forza del proprio amore sarà in grado di riportare il marito a sé.
Relegata da Gilles al mero ruolo di moglie, e non più di sua donna, Élisa – che non conosce amor proprio, in quanto «sentimento che non ha niente a che vedere con l’amore» – arriva ad accontentarsi di diventare confidente, consigliera e consolatrice del marito, vivendo delle briciole che nei giorni in cui Gilles va d’accordo con l’amante vengono elargite di riflesso anche a lei.
Lei non parlava più di sé, del proprio amore. Ascoltava le sue lunghe lamentele, interrompendolo solo con una parola di consolazione, con un gesto di conforto. Ma tutto il suo essere irradiava amore. Quegli occhi vigili erano un sostegno vivente… quella tenera carne palpitante un’offerta di consolazione… Élisa si occupava solo di Gilles e Gilles pensava solo a se stesso. Ma lei confidava che quella sollecitudine costante, di cui grazie a un delicato istinto riusciva a circondarlo senza dare l’impressione d’imporgliela, lo avrebbe aiutato.
Nel momento in cui Gilles sembra «guarito» da Victorine ed Élisa si sente «finalmente al termine del suo calvario», un twist ci rivela l’inaspettato e spaventoso vuoto che la donna avverte.
Amore…. dove sei, amore? Non ci sei più. Eri dentro di me, e io non ero altro che te. Amore? Niente. Io non sono niente.
Avendo perso tutto ciò in cui si identificava e che dava senso alla sua esistenza, e «non [potendo] vivere senza quell’amore neanche un solo giorno», la tragedia per Élisa è inevitabile.
«Mi sarebbe piaciuto salvarla», dichiara Madeleine Bourdouxhe nella nota all’edizione francese, «ma nessun richiamo della vita poteva raggiungerla; la salvezza avrebbe potuto venirle soltanto da dentro. E poiché lei non era più niente, non voleva più essere niente: è giunta alla fine con passione. L’annientamento nell’amore: un po’ la storia di tutte le donne. E pensandoci si prova una strana sensazione: la vita delle donne è segnata da una commovente nobiltà – ma come vorremmo sollevarle da questo peso!».






