SE I GATTI SCOMPARISSERO DAL MONDO di Kawamura Genki

«Vivere di per sé non conta molto. Quello che conta veramente è il modo in cui si vive»
«Quando si finisce di leggere un bellissimo racconto e si mette via il libro, ci si dovrebbe fermare un momento, come per riprendersi» sostiene Raymond Carver ne Il mestiere di scrivere. È questo l’effetto che il validissimo esordio da romanziere di Kawamura Genki – calzantemente definito una fiaba moderna – è capace di suscitare.
La trama di Sei gatti scomparissero dal mondo può essere abbozzata in poche righe: un trentenne scopre di avere un cancro all’ultimo stadio; gli appare il Diavolo, il quale gli offre un giorno in più per ogni cosa che accetterà di far scomparire dal mondo – in sintesi, far sparire per non sparire, assecondando «la legge che regola questo mondo», secondo cui «per ottenere qualcosa, bisogna sacrificarne un’altra». Quando la scelta ricade sui gatti, la posta in gioco si alza.
La narrazione si fonda, dunque, su un tema battuto, il proverbiale patto con il diavolo, qui declinato, tuttavia, in nuove sfumature: il Demonio veste panni esilaranti, tanto da meritarsi il soprannome Aloha – panni che, però, scopriremo hanno una ragione ben precisa, tutt’altro che scontata: se il Diavolo non fosse, infatti, che una rappresentazione del rimpianto?
Aloha non è l’unico elemento in apparenza comico: Se i gatti scomparissero dal mondo potrebbe risultare per certi versi leggero, trattando un tema tragico quale la morte prematura. Eppure, le sembianze scorrevoli, colloquiali, ironiche, umoristiche, e aggiungerei pacate, veicolano un concentrato di riflessioni esistenziali, tanto profonde e universali da poter attanagliare.
Che ruolo hanno gli oggetti nelle nostre vite, quanto di noi definiscono? è senz’altro una delle domande centrali che non possiamo esimerci dal porci leggendo questo romanzo. Far scomparire dalla Terra determinate cose può sembrare in fin dei conti fattibile, tanto più se è la nostra esistenza a essere in ballo. Ma è davvero così? O tutto, in realtà, «ha la sua ragione d’essere» e «anche tutte le cose in apparenza superflue […] plasma[no] i contorni delle figure umane»? Potremmo vivere sereni sapendo di aver sottratto qualcosa a qualcuno, magari a un nostro caro, pur di allungare la nostra vita?
Sei gatti scomparissero dal mondo esplora anche il valore e la difficoltà dei rapporti sentimentali e famigliari e il legame tra umani e gatti.
Ma il vero cardine delle tematiche di questo romanzo è una considerazione su come stiamo spendendo l’esauribile tempo concessoci. Assieme al protagonista, veniamo posti anche noi di fronte «al distacco dalla molteplicità dei possibili», traslando uno dei concetti più evocativi che Calvino ci ha lasciato nelle Lezioni americane.
Quando si inizia a raccontare una determinata storia, osserva Italo, la si isola da una «potenzialità illimitata e multiforme». E non soltanto prima di cominciare a scrivere un romanzo – aggiungerei – ma anche quando nasciamo «abbiamo a nostra disposizione […] il mondo in blocco». Più viviamo, più la nostra vita e personalità si definiscono, e più ci distacchiamo dalla «molteplicità del vissuto possibile». Certo, finché c’è vita, molto è ancora plasmabile; ma non alla resa dei conti – quelli finali – magari a un’età così precoce, quando pensavamo di avere tanto più tempo a disposizione.
Quali altre vicende avrebbe potuto narrare la nostra storia? Quali altre varianti della nostra vita avremmo potuto realizzare? Quale altra versione di noi saremmo potuti essere? E, soprattutto, qual è il nostro lascito al mondo? Come e per cosa verremo ricordati?
Saremo ricordati?
Tim Parks considera l’epilogo «una rinuncia dolorosa a tante possibilità» (Di che cosa parliamo quando parliamo di libri). E che cos’è la morte, se non l’Epilogo?
Guardando alla propria esistenza, il protagonista si rende conto, con una stroncatura severa, che «non era dotata per essere trasposta sul grande schermo»: la definisce «una pellicola modesta» che «non avrebbe mai sbancato il botteghino», un film che «sarebbe arrivato nelle sale avvolto dal silenzio e avvolto nello stesso silenzio se ne sarebbe andato». E, ciònonostante, vorrebbe tanto che, «dopo i titoli di coda», qualche traccia di sé permanesse.
Ma questo ragazzo, del quale non conosciamo neanche il nome, forse non è effettivamente «un tipo apatico e indolente», «che sembra non avere né valori né uno straccio di obiettivo nella vita»: forse la sua scelta di fare il postino non è stata banalmente casuale, bensì dettata da una ragione toccante e significativa.
E che cosa fa un degno postino? Recapita lettere, con tanto di divisa e francobollo ispirato, in un finale nonostante tutto di luce.
È proprio in forma di lunga lettera che il romanzo si presenta: un testamento spirituale, rivolto a un «tu» inizialmente non esplicitato, di cui intuiamo l’identità con il procedere della narrazione.
Una lettera divisa in sette capitoli, uno per ogni giorno di una settimana, in un parallelo all’inverso con la creazione del mondo:
Dio ha creato il mondo dal lunedì al sabato, e io nello stesso arco di tempo ho fatto scomparire qualcosa. […] Tra non molto arriverà anche il mio settimo giorno, quello di riposo.
Dietro l’apparente leggerezza, Se i gatti scomparissero dal mondo è un romanzo denso e commovente. Delicatamente poetico. Del tutto consigliato a chi cerca una lettura introspettiva ed è disposto a porsi domande anche dolenti.
La traduzione è di Anna Specchio.
E se i libri scomparissero dal mondo?
TITOLO: Se i gatti scomparissero dal mondo
AUTORE: Kawamura Genki
EDITORE: Einaudi
COLLANA: Supercoralli
ANNO: 2019
PAGINE: 184
TRADUZIONE: Anna Specchio
ARTICOLI CORRELATI
«Si legge in poche ore, ma resterà con voi per sempre» ha affermato My weekly riguardo a Se i gatti scomparissero dal mondo. Se siete alla ricerca di altri libri da leggere in poche ore ma che lasciano un segno, vi rimando a:






